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La filosofia del potino

2026-04-21 22:12

Alberto

Sostenibilità, Agricoltura, Cultura, agricoltura-, ulivi, coraggio, filosofia,

La filosofia del potino

Tagliare non è uccidere, ma fare spazio. La lezione del potino tra gli ulivi ci insegna l'arte di rinunciare: perdere oggi per raccogliere domani.

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Ignoravo persino l'esistenza della parola "potino", l'antico artigiano di un mestiere ormai in via d'estinzione. Eppure, quando stamattina l'ho incontrato tra gli ulivi al Campaione, con lo sguardo rivolto verso Montalcinello, non ho visto un semplice bracciante: mi è apparso Laerte che si prende cura degli ulivi della sua Itaca da una vita intera. Dalle sue mani segnate e dai suoi silenzi ho riappreso una verità tanto antica quanto scomoda: la ricetta della terra esige sempre il dazio del sacrificio.

Con la spietata saggezza di chi sa leggere il respiro delle piante, mi ha proposto una "potatura di riforma". Il patto era netto: rinunciare completamente al raccolto di quest'anno per restituire alla pianta la sua architettura e la sua forza nel lungo termine. È l'eterno, logorante dilemma: meglio l'uovo oggi o la gallina domani? Noi, figli delle colate del cemento di fretta, siamo addestrati a pretendere l'uovo subito, spremendo il presente fino a esaurirlo. Il potino, invece, sceglie la gallina. Sceglie di scommettere su un domani che richiede tempo, pazienza e privazione.

Da tempo i locali mi avvertivano che quelle chiome erano fuggite troppo in alto, ma saperlo è diverso dal trovare il coraggio di porvi rimedio e per questo a volte bisogna trovare il coraggio di affidarsi ad un barbiere o chirurgo che sia, il potino.

Quando, al calar della sera, sono tornato a vederli, il primo impatto che ho fotografato è stato brutale. Per minuti mi sono aggirato tra rami amputati e tronchi spogli, sentendomi come un superstite in un paesaggio stravolto dal fronte di una guerra. Ma poi, nel silenzio di quel vuoto apparente, ho compreso. Il potino ha avuto l'ardire della "distruzione creatrice", quel coraggio di sottrarre che a me mancava.

Spesso ci teniamo stretti i nostri rami secchi, tollerando ciò che è dannoso pur di evitare il trauma del taglio. Siamo come chi continua a stuccare le crepe di un magazzino in rovina, utile ormai solo a fare da sfondo a sterili promesse elettorali. Manca il coraggio della demolizione, perché distruggere quel relitto imporrebbe di misurarsi con l'angoscia di doversi inventare un futuro diverso per Montalcinello.

Quell'uomo mi ha ricordato che tagliare non significa uccidere, ma fare spazio. Saper rinunciare all'uovo di oggi, sopportando la vista dei rami a terra, è l'unico modo per garantire la vita della gallina domani. Una lezione severa, ma necessaria.

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