
Le favole tornano a esistere solo quando si spegne la TV, magari per sempre. E la dobbiamo spegnere perché quello schermo ci ottunde, paralizza la coscienza e ci trasforma da artefici del nostro mondo a zombie da divano, incapaci perfino di avvitare una lampadina. Abbiamo bisogno di tornare a vivere e a raccontare. Qui a Montalcinello, questo sogno è possibile.
Che un tempo gli Scogli di Montalcinello fossero la scenografia di innumerevoli avventure, viene ancora tramandato nel paese attraverso racconti che sfiorano la leggenda, tra echi di bombe a mano lanciate per gioco e vecchi arsenali nascosti. Ma una cosa è certa: c'è qualcosa di profondo e misterioso agli Scogli. Lì risiede una buona parte dell'identità segreta di Montalcinello. Evaldo Serpi credo lo sapesse. E sua figlia Silvia, che scrive e lotta insieme a noi per la memoria di questi luoghi, lo ha sempre percepito.
Crediamo di aver fatto una scoperta importante, che dobbiamo proprio all'eredità culturale di Evaldo: aver individuato in una novella della tradizione contadina da lui tramandataci, quella di Ciuffetta e Berretta, una chiave di volta per comprendere l'anima montalcinellese.
Nella favola, gli Scogli, questi enormi massi che sorvegliano il versante nord di Montalcinello, vengono descritti come un luogo che faceva parlare il paese. Questo ne testimonia il fascino primordiale che, sin dalla notte dei tempi, ha influenzato la vita della comunità. È un’area di confine, un passaggio tra il mondo sicuro del borgo e la natura selvaggia (bandita). Ed è un luogo intriso di memorie di ogni tipo, non solo magiche ma anche tragiche, come quella del 9 luglio 1949, quando il piccolo Furio Capanni, di quasi tre anni, perse la vita scivolando accidentalmente mentre inseguiva un maialino.
Quest’area, rimasta a lungo abbandonata ma recentemente oggetto di una nostra prima riqualifica durata svariati mesi, è da sempre teatro di racconti popolari.

Nelle ultime settimane, la ProLoco ha accolto la sfida iniziando a ripulire l'area dai rifiuti. È un lavoro immane che ci auguriamo possa continuare ed entusiasmare tutti, unendo cittadini e istituzioni. Sappiamo che i cambiamenti possono suscitare resistenze, perfino quando servono a stabilire un principio: gli Scogli sono un ecosistema unico da tutelare e difendere, e non è più tollerabile deturparli.
Tra le leggende tramandate oralmente, spicca quella di una casa-torre situata nell’attuale "Via degli Scogli": si narra che nei suoi sotterranei si celasse una botola, l’ingresso di un tunnel segreto diretto all'antistante Pieve di San Giovanni a Sorciano (attuale Cerciano).
Tornando alla favola di Ciuffetta e Berretta, la scoperta che riteniamo notevole è la precisione con cui il racconto mappa il territorio, citando luoghi specifici:
1) La buca delle fate: un toponimo ricorrente in siti di origine etrusca (come la vicina Papena).
2) Le scale avvolte: un luogo ben localizzato, ma che attende ancora di essere indagato a fondo.
3) Il masso chiamato "Pulpito": un punto ultra-panoramico, che ricorda quasi la "Rupe dei Re" del Re Leone.
4) Due rocce parallele con nel mezzo una vecchia strada: ed è proprio questo il dettaglio cruciale.
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Queste due rocce parallele ci hanno convinto che un simbolo ancestrale di Montalcinello, insieme al suo stemma ufficiale, sia questa porta di pietra. Non è riportata negli statuti del borgo, né in mappe recenti. Se un approccio accademico prudente attribuisce questa "tagliata" alla fondazione medievale del paese, a noi semplici paesani pare di scorgere qualcosa di molto più antico. L'immane lavoro richiesto per scavare la roccia, unito alla sua apparente "futilità" difensiva e pratica (essendo facilmente aggirabile), potrebbe portarci indietro al tempo degli Etruschi. Erano loro i maestri indiscussi nel plasmare la pietra (l'anomalia sarebbe che la nostra non é tufo) per creare quelle che oggi conosciamo come "vie cave o tagliate". L'uomo medioevale era piú attento ai fossati, alle mura e alle torri, a scolpire una San Gimignano in altezza per capirci. Al momento ci muoviamo nel campo delle ipotesi (ma crediamo sia giusto raccontare anche queste in trasparenza, giuste o sbagliate che siano), ma la presenza della felce tipica di questi antichi percorsi c’è. E c’è soprattutto quella solita sensazione solenne e misteriosa, simile al fresco che si prova entrando nella penombra di un luogo sacro, come poi lo divennero le nostre chiese.
La favola ci racconta anche che un tempo gli Scogli fossero dominati da piante di noci gigantesche, vecchie di secoli, alte fino a sfiorare i tetti delle case. È in questa foresta magica che inizia l’avventura di Ciuffetta e Berretta. Non è un caso che la storia si sviluppi proprio qui, e non è un caso che il nucleo del racconto sia il rifiuto di una delle bambine di tornare al paesino: agli Scogli, nella natura incontaminata, Ciuffetta è felice, Ciuffetta qui ha metaforicamente piantato la sua spada nella roccia. Solo una spassosa e inesorabile catena di eventi (che richiama i ritmi naturali e i morsi della fame) riuscirà a far tornare le due eroine. Ma non voglio "spoilerare" oltre: vi lascio alla lettura della favola così come ce l'ha trascritta Evaldo.
La cattiva notizia è che gli Scogli, purtroppo, non sono ancora aperti al pubblico (e soprattutto a Ciuffetta e Berretta). La buona notizia è che si sta facendo strada l’idea di trasformare quest'area in un grande parco paesaggistico e culturale. La via per metterlo in sicurezza e renderlo fruibile è impervia. Richiederà concertazione tra proprietari privati, fatica, sudore e tanto lavoro manuale. Proprio quel lavoro che ci aspetta, e che potremo affrontare solo dopo aver trovato il coraggio, finalmente, di spegnere la TV.

CIUFFETTA E BERRETTA
Tanto tempo fa in un paese una donna partorì due belle bambine con un visino bianco e rosso e tondo come una mela.
Erano uguali l’una all’altra come due gocce d’acqua, tanto è vero per riconoscerle meglio quando gli dava da mangiare, la mamma gli avevo messo un fiocchino al braccio di colore diverso.
Crescevano sane e vispe che erano la consolazione dei genitori.
Arrivate all’età di cinque o sei anni, la mamma gli fece due berrettini di lana, a una gli lasciò un ciuffetto di capelli più lungo per riconoscerla dalla sorella.
Per questo gli abitanti del paese gli misero il nome di Ciuffetta e Berretta.
Queste bambine non si allontanavano mai da casa, giocavano nel vicolo del paese e la sua mamma le chiamava e le controllava dalla finestra.
Al nord del paese c’era un masso alto e grosso chiamato “Scogli” e gli abitanti del paese spesso e volentieri ci facevano dei commenti in merito. Veniva infatti detto che c’era la buca delle fate, le scale avvolte, un masso chiamato pulpito, due rocce parallele con nel mezzo una vecchia strada e molte, tante piante di noci, vecchi di centinaia d’anni, tanto alti che le piante arrivavano al pari delle case.
Ciuffetta e Berretta, incuriosite da tutti questi racconti, in una bella giornata degli ultimi giorni di settembre, senza dire niente alla loro mamma, decisero di andare a cercare le noci sotto gli Scogli.
I noci in terra erano stati ripuliti, la foglia faceva da tappeto, le due bimbe correvano e si spulleravano (= rotolavano) in terra, divertendosi tanto.
Oltre a divertirsi, trovarono anche le noci e non sapendo dove metterle, ci cavarono la berretta di capo e ce le misero contro.
La berretta in un momento divenne piena di noci, la campana grossa del campanile suonava mezzogiorno e era arrivato il momento di tornare a casa.
“Sbrigati Ciuffetta che hai piena la berretta, gli disse la sorella, andiamo a casa, la mamma a quest’ora ci starà già cercando.”
“No, io non voglio venire, voglio stare dell’altro qui che ci sto bene.”
“Se non vieni a casa vado a dirlo al cane che ti morde.”
“No, no io non vengo, dillo pure a chi ti pare.”
Berretta allora andò dal cane e gli disse “Cane, vai a morde’ Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole tornare a casa.”
“No, disse il cane, io non mordo nessuno.”
“Allora dirò alla mazza che ti picchi: mazza, vai a picchià il cane che non vuole andà a mordere Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole ritornà a casa.”
“No, io non picchio nessuno.”
“Allora dirò al fuoco che ti bruci.”
“Fuoco, vai a brucia’ la mazza, perché la mazza non vuole anda’ a picchiare il cane, il cane non vuole andare a mordere Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole ritorna a casa.”
“No, io non brucio niente.”
“Allora dirò all’acqua che ti spenga.”
“Acqua, vai a spenge’ il fuoco, perché il fuoco, non vuole andà a brucià la mazza, la mazza non vuole andà a picchiare il cane, il cane non vuole andà a morde Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole tornare a casa!”
“No, io non voglio spenge il fuoco.”
“Allora dirò al bove che ti beva.”
“Bove, vai a bere l’acqua, perché l’acqua non vuole andà a spenge il fuoco, il fuoco non vuole andà a brucià la mazza, la mazza non vuole andare andà a piacchiare il cane, il cane non vuole andà a morde Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole tornà a casa!”
“No, non voglio bere l’acqua.”
“Allora dirò alla fune che ti leghi.”
“Fune, vai a legà il bove, perché non vuole andà a beve l’acqua, l’acqua non vuole andà a spenge il fuoco, il fuoco non vuole brucià la mazza, la mazza non vuole andà a picchiare il cane, il cane non vuole andà a morde Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole tornà a casa!”
“No, io non lego.”
“Allora dirò al topo che ti roda.”
“Topo, va a rode la fune, perché la fune non vuole andà a legà il bove, il bove non vuole andà a beve l’acqua, l’acqua non vuole andà a spenge il fuoco, il fuoco non vuole brucià la mazza, la mazza non vuole andà a picchiare il cane, il cane non vuole andà a morde Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole tornà a casa!”
“No” disse il topo, “io non ci vo’”
“Allora dirò al gatto che ti mangi.”
“Gatto, vai a mangià il topo, perché il topo non vuole andà a rode la fune, la fune non vuole andà a legà il bove, il bove non vuole andà a beve l’acqua, l’acqua non vuole andà a spenge il fuoco, il fuoco non vuole brucià la mazza, la mazza non vuole andà a picchiare il cane, il cane non vuole andà a morde Ciuffetta che ha piena la berretta e non vuole tornà a casa!”
Il gatto che era dei giorni che non mangiava, quando sentì che c’era un topo non se lo fece dire due volte, lesto andò a mangiarlo, il topo quando vide il gatto, di corsa andò a rodere la fune, la fune, al primo morso che sentì lesta andò a legare il bove, il bove quando si accorse di essere legato andò subito a beve l’acqua, l’acqua che non voleva essere bevuta andò a spengere il fuoco, il fuoco quando vide l’acqua, via andò a bruciare la mazza, la mazza per non esse’ bruciata andò a picchiare il cane che era sdraiato a dormire.
Il cane al primo colpo di mazza si svegliò e di corsa andò a mordere Ciuffetta.
Ciuffetta, quando vide il cane a bocca aperta che la voleva morde’, scappò subito di corsa verso casa.
Ciuffetta e Berretta, arrivate a casa, furono leticate (= brontolate) dai genitori che erano stai in pensiero e da quel giorno non si allontanarono più di casa senza chiedere il permesso alla mamma.
(Fonte: Evaldo Serpi, A raccontar novelle sul canto del fuoco, Novelle della tradizione contadina, 2006)


