
Particolare nell’affresco di Ambrogio Lorenzetti sugli Effetti in città e campagna del Buongoverno (1338-1339) che mostra il governo del “porco” o della “troia”. La raffigurazione senese risulta particolarmente accurata e ci presenta una fisionomia che ricorda quella del cinghiale: l’animale ha un manto scuro attraversato da una fascia chiara all’incirca a metà del corpo, la cosiddetta Cinta, un fisico piuttosto slanciato, una testa piccola e ben inserita nel tronco, dalla quale emergono le zanne.
Negli Statuti di Montalcinello (1561) non si può non notare come, sin dai tempi più antichi, la quercia ricoprisse il ruolo di vera e propria regina nello scacchiere delle risorse comunitarie.
Accanto alle ben note tasse sull’olio, sul vino e sulla carne, compare infatti una gabella specifica sulla “soma” o sulla “fastella” di legna di quercia, segno evidente del valore economico e simbolico attribuito a questo albero. La quercia non era semplice legname: era calore per l’inverno, materiale da costruzione, riserva strategica per la vita quotidiana del borgo.
Ma il controllo non si fermava alla legna. Gli statuti prevedevano anche dispositivi severi a tutela delle ghiande, risorsa fondamentale per l’allevamento dei suini. Veniva sanzionato chi scuotesse le querce o i lecci per far cadere le ghiande, così come chi portasse i propri animali a nutrirsi delle ghiande altrui, violando diritti e consuetudini comunitarie.
Dietro queste norme non c’è solo la paura del furto, ma una raffinata gestione collettiva del bosco, dove ogni albero, ogni ghianda, ogni gesto aveva un peso preciso nell’equilibrio tra individuo e comunità.
In questo senso, la quercia non era soltanto un albero: era una colonna dell’ordine sociale ed economico di Montalcinello.
