
Si pensi che nello Statuto di Montalcinello, che regolava i rapporti della nostra comunità certamente dal XIV secolo, e non sarebbe azzardato ipotizzare che tali norme affondino le radici in un’epoca ancora più remota, fosse previsto un salario per chi uccideva i lupi, elargito dal camerlengo: 20 denari per ogni lupo o lupa e 5 denari per un lupetto.
Un tema che ancora oggi resta divisivo, ma che già allora lasciava intravedere l’inizio di una riflessione più profonda quando San Francesco arrivò a chiamare il lupo “fratello”.
Nella Montalcinello medioevale, la presenza del lupo si deduce anche da un’altra norma significativa dello Statuto: quella che regolava il commercio della carne, nella quale si fa esplicito riferimento alla carne “allupata”, cioè di animali uccisi dai lupi. Un dettaglio che suggerisce come tali episodi fossero tutt’altro che sporadici e come il predatore facesse parte integrante dell’ecosistema e della quotidianità del borgo.
Venendo ai giorni nostri, possiamo affermare con certezza che i lupi siano tornati. A dispetto di chi sostiene che si tratti di una reintroduzione recente, lo Statuto di Montalcinello testimonia senza ambiguità come questo predatore abitasse da sempre il nostro territorio. Ne consegue che, così come il Canada non potrebbe mai rinnegare l’orso tra i suoi simboli naturali, anche noi siamo chiamati a trovare una forma di convivenza con questo antico abitante del pianeta.
Oggi la scienza ci offre un’interessante prospettiva sulla funzione ecologica dei lupi: studi sull’ecosistema del Parco di Yellowstone mostrano che la presenza di questo predatore al vertice della catena alimentare non solo limiti le popolazioni di erbivori, ma possa favorire la rinascita e la salute di interi habitat vegetali, come è avvenuto con i pioppi tremuli del parco dopo la reintroduzione dei lupi negli anni Novanta, contribuendo a riequilibrare l’ecosistema circostante. Questo effetto a cascata dimostra come il ritorno dei grandi carnivori possa avere benefici molto più ampi di quanto si immagini, andando ben oltre la semplice predazione.
È vero che la paura del lupo si tramanda dalla notte dei tempi, quando tra miti, leggende e reali difficoltà economiche il “lupo mannaro” rappresentava una minaccia concreta per la sopravvivenza dei villaggi, in particolare di quelli semimontani come il nostro. Oggi, però, occorre riconoscere che non si registrano incidenti mortali causati dai lupi, mentre sarebbe forse più onesto ammettere che la velocità con cui guida l’uomo costituisce un pericolo ben più concreto, così come certe politiche centraliste e poco attente all’Italia decentrata, rurale e agropastorale.
Il lupo, timido e schivo, svolge invece una funzione fondamentale nella catena alimentare. Migliaia di incidenti stradali avvengono ogni anno a causa di cervi, daini e altri ungulati, la cui popolazione il lupo contribuisce naturalmente a contenere. Eliminare il predatore al vertice della catena alimentare appare quindi un atto irrazionale, che non tiene conto nemmeno delle conseguenze economiche e assicurative, soprattutto in un contesto in cui il numero dei cacciatori è in costante diminuzione e l’equilibrio faunistico non può che essere affidato anche alla natura stessa.
Tornando a Montalcinello, i boschi che circondano il borgo restano affascinanti anche per questo: perché, come Cappuccetto Rosso, sappiamo che il lupo esiste. Ed è forse proprio questa consapevolezza a rendere il nostro paesaggio ancora più autentico e vivo.
